D’amore e di lotta

Di Antonio Ionà

Si colora di tinte giallorosse l’ultima pagina dell’almanacco del derby di Calabria, il pennello in pugno ad un Catanzaro che, seppur distante dal suo solito integralismo offensivo e di possesso, infligge una perentoria sconfitta per due reti a zero ad un Cosenza mai veramente pericoloso. 

I padroni di casa, infatti, offrono un non-spettacolo, snaturandosi nel gioco, arrivando perfino a trincerarsi, quasi in apnea, riuscendo comunque a non smarrirsi: Iemmello prima, formidabilmente assistito da un olimpionico Katseris, e Biasci dopo rendono onore ad un modo di vivere il match che a queste latitudini non si vedeva da un bel po’ ma che, probabilmente, potrebbe rivelarsi tremendamente utile per il prosieguo del campionato.

Nulla di nuovo sotto il sole per gli odiati cugini e fa sorridere il loro approccio alla sconfitta che è rintracciabile sulle colonne di una nota pagina sportiva bruzia: “Il derby è una partita che si gioca 11 contro 11 e alla fine vince quasi sempre il Catanzaro. È andata come tradizione vuole, nessuna sorpresa”. 

Sorprendente, invece, la vittoria fuori casa qualche giorno dopo al Renzo Barbera contro il Palermo degli sceicchi. 

Le nostre aquile, scortate come sempre da una tifoseria che sta diventando sempre più un unicum nel panorama calcistico italiano, si impongono per due reti a uno contro i rosanero dei petroldollari ed è da evidenziare il fatto che il maggior pericolo al quale sono esposte proviene dalla nostra stessa panchina: il mister, peccando un po’ di presunzione, sostituisce tutta la batteria offensiva all’unisono concludendo il match con un’età media estremamente giovanile ed esponendo così i nostri ragazzi, incapaci con la nuova struttura di ordire le solite trame, ai rischiosi attacchi delle aquile sicule. 

Iconica l’immagine di Scognamillo che affronta Brunori – un moderno Davide contro Golia che accende di furore passionario chi, come me, seguiva i nostri amati campioni al televisore –  che è la perfetta rappresentazione di un Catanzaro d’amore e di lotta che in questa disillusa postmodernità, dove l’accettazione del sé risulta essere un esercizio complicatissimo, è uno dei pochi, pochissimi, spazi temporali e spaziali dove ricongiungersi pacificamente con il proprio io. 

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