L’uomo oltre l’allenatore

Il punto sul campionato di serie B è stato fatto da Roberto Boscaglia nell’ultima trasmissione di RTC Catanzaro Sport, diretta con ammirevole abnegazione da Mario Mirabello, nonostante l’influenza di stagione.
L’ex allenatore di Palermo e Foggia, riconosciuto esperto della categoria, ha elogiato la lungimiranza della società del Catanzaro nel dare fiducia al progetto pluriennale di Vincenzo Vivarini, che ha subito sfiorato la promozione e ha successivamente compiuto una cavalcata solitaria straordinaria nella stagione successiva sgretolando tutti i record possibili. Non si è, quindi, meravigliato di avere trovato nella serie cadetta una compagine compatta e solida, ben equilibrata, ma soprattutto dotata di una precisa identità e di una ammirevole fluidità di gioco. Si palesa del tutto visibile la forza del gruppo, che non esclude la qualità dei singoli, ma fa emergere il fatto che i risultati sono il prodotto specialmente dei collaudati meccanismi e degli schemi che danno armonia al collettivo ed esaltano le individualità. In questo senso è facile indicare in Iemmello il calciatore di maggiore spessore tecnico, perché caratterizzato da classe sopraffina e spettacolare visione di gioco, ma Boscaglia ha sottolineato anche la bravura e la tenacia di Biasci, posto finalmente in condizione di poter dimostrare le sue qualità anche in un torneo superiore a quello abituale della serie C, nonché l’intelligenza tattica di Sounas e la superba forza di Scognamillo, capace di fare un inimmaginabile salto di qualità. Pertanto non deve stupire la posizione in graduatoria dei giallorossi, che hanno fatto risaltare il lavoro e la sagacia dello staff degli ultimi anni, ma, in più, sono stati in grado di superare tutte le difficoltà incontrate e di resuscitare ogni volta come l’araba fenice.
Lo spessore umano e l’intelligenza di Boscaglia si sono rivelate, sui saluti finali, allorquando il conduttore gli ha chiesto il significato di una frase rilasciata nel corso di un’intervista, relativa alla sua necessità di vivere la piazza in ogni città in cui avesse allenato. La risposta, piuttosto articolata, ha avuto il merito di ricordare che il calcio non è un mondo a sé, ma costituisce parte integrante della vita di un individuo e della collettività. Vivere la piazza è da intendere come bisogno di dialogo con la comunità, e quindi anche con la tifoseria, allo scopo di far conoscere l’uomo dietro il professionista, un uomo con la sua personalità, la sua anima, i suoi affetti, le sue abitudini. Comprendere che l’impegno della domenica, o del sabato, è solamente un tassello della vita di ognuno, certo importante, ma non unico, consente di riportare il valore del calcio alla sua corretta dimensione e a non dimenticare che al centro di ogni accadimento vi è la persona umana, da rispettare nella sua essenza sempre e comunque.   

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