C’è stato un tempo in cui, per la Formula 1, mettevo la sveglia ad orari abbastanza folli. Prove libere, qualifiche, gara: seguivo tutto. Le alzatacce per gli appuntamenti dall’altra parte del mondo erano parte del rito, un piccolo sacrificio che non pesava affatto. Ero un appassionato accanito e, banalmente, ferrarista.
Ho vissuto tutta l’era Schumacher. Le speranze, i mondiali sfumati all’ultima gara, e quelle delusioni che ti portavi sul groppone per giorni. Poi il titolo finalmente riconquistato dopo un’attesa lunghissima, le vittorie, quella sensazione meravigliosa di vedere la Ferrari diventare un riferimento per tutti. Chi ha attraversato quegli anni da tifoso sa quanto spazio personale prendesse una corsa all’interno di un weekend.
Poi qualcosa si è rotto.
Fatico a individuare un momento preciso. È stato un allontanamento progressivo, mentre la Formula 1 diventava, ai miei occhi, un guazzabuglio sempre meno comprensibile di regolamenti e astruse tecnologie giocoforza da introdurre. Ho cominciato a sentire più il peso dei calcoli che il piacere della corsa in sè. La gestione, le strategie, le variabili da interpretare: tutto sembrava frapporsi tra me e ciò che cercavo davanti al televisore: il duello tra due piloti, una staccata, una posizione contesa curva dopo curva con il coltello tra i denti.
La mia verve da appassionato è andata a farsi benedire, e quelle sveglie, con il tempo, ho smesso di metterle.
La vittoria mondiale di Kimi Antonelli, però, ha stuzzicato un interesse ormai sopito e mi ha fatto tornare a buttare un occhio sul circus, un mondo che una volta mi era così tanto familiare.
A vent’anni e 68 giorni, il pilota bolognese è diventato il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1, superando il primato di Sebastian Vettel. Un italiano torna a conquistare il titolo dopo Alberto Ascari, campione nel 1953. Settantatré anni di attesa: un intervallo che attraversa generazioni intere di appassionati, piloti e macchine da corsa. Antonelli ci è riuscito alla sua seconda stagione nella categoria.
Sono numeri enormi. Eppure, per avvicinarsi alla sua storia, vale la pena partire da cose molto più piccole.
Appena l’anno scorso Kimi doveva ancora incastrare gli impegni della Formula 1 con quelli dell’ultimo anno di scuola. Riceveva il materiale delle lezioni, si faceva aiutare dai compagni e annaspava per ritagliarsi il tempo per preparare gli esami. Raccontava senza troppi filtri la fatica di studiare matematica e la preferenza per l’inglese e l’educazione fisica. A insistere perché terminasse gli studi c’era anche sua madre. La patente, quella per guidare le auto dei comuni mortali, era arrivata poche settimane prima del debutto in Formula 1.
Poi ci sono i tortellini. Davanti alla scelta tra rinunciare per sempre al proprio piatto preferito e mangiarlo ogni giorno per un anno, Antonelli aveva scelto senza esitazioni la seconda possibilità. Raccontava anche, con quella sua quasi ingenua semplicità, di come correre ad Imola gli permettesse di rientrare a casa la sera da quello che è il suo singolare lavoro.
Sono frammenti di vita quotidiana, ma aiutano a dare una consistenza reale al ragazzo che si nasconde dentro il casco. La famiglia, la scuola, le abitudini semplici che si porta dietro in giro per il mondo. E rendono più facile interessarsi a lui anche quando si è perso il filo di tutte le complicazioni tecniche di un campionato astruso come quello della Formula 1.
Il rapporto con Mercedes, invece, racconta quanto sia iniziata da lontano la costruzione di questo risultato. Antonelli è entrato nel programma giovani della squadra nell’aprile del 2019, quando aveva dodici anni. La scuderia lo ha accompagnato attraverso le categorie formative, fino alla scelta di affidargli nel 2025 il sedile lasciato da Lewis Hamilton. A diciotto anni si è trovato dentro una delle squadre più importanti della Formula 1, nel posto occupato fino a poco prima da un sette volte campione del mondo.
Provare a immaginare il peso di un tale passaggio di testimone serve a darci la misura del percorso. Il talento ti confeziona l’occasione; poi bisogna viverci dentro, affrontare gli errori, reggere i confronti e cercare di imparare mentre si è sotto l’occhio di tutti. Toto Wolff aveva già spiegato come Mercedes considerasse Antonelli parte del proprio futuro a lungo termine, accollandosi i rischi legati alla sua inesperienza. Oggi quella fiducia ha un titolo mondiale a premiarla.
Per un ferrarista della mia generazione, naturalmente, fa un certo effetto celebrare un italiano campione su una Mercedes. Ma questa storia merita attenzione in tutta la sua interezza, compreso il lavoro di chi ha riconosciuto quel talento e gli ha dato spazio. Si può restare affezionati al cavallino rampante e apprezzare profondamente ciò che è successo dall’altra parte del box.
Non so se il mondiale di Antonelli basterà a farmi rimettere la sveglia anche solo per una sessione di prove. Un evento del genere non rende improvvisamente più appassionante tutto ciò che aveva smesso di coinvolgerti da tempo. Ma adesso c’è Kimi Antonelli, con un mondiale in tasca e vent’anni appena compiuti, e mi viene quasi voglia di seguire questo ragazzo, vederlo crescere, affrontare il peso che comporta essere diventato campione così presto. La curiosità, in fondo, è già un buon punto di partenza.
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