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L’argentina ed il saluto all’uomo che sussurra ai palloni

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Mettiamo subito le cose in chiaro: Lionel Messi continuerà a giocare con l’Inter Miami. Il suo commiato è dalla nazionale argentina, quella maglia biancoceleste che per oltre vent’anni gli è stata cucita addosso come una seconda pelle. Quindi nessuna buona notizia per difensori e portieri impegnati nel campionato d’oltreoceano.

La sua ultima kermesse è stata al Monumental di Buenos Aires, contro il Benin: 3-0, un gol e due assist. Una partita d’addio interpretata un po’ come l’ultimo turno di lavoro prima della pensione: prima si finisce, prima si salutano tutti e si va a casa. Con la differenza che, al momento di timbrare il badge di uscita, a piangere c’era uno stadio intero.

Il suo rapporto con l’Argentina, però, è stato molto meno semplice di quanto tutta questa elegia collettiva possa suggerire. Dal suo esordio nel 2005, è stato tutto un avvicendarsi di gol, aspettative enormi e delusioni altrettanto grandi. E a ogni occasione mancata tornava il confronto con l’altro grande mito calcistico argentino: Maradona. Come se essere Messi non fosse già un impegno sufficiente. Dopo la finale di Copa América persa nel 2016, aveva persino annunciato che avrebbe lasciato la nazionale. Ma poi è tornato. E sono arrivati la Copa América del 2021, il Mondiale del 2022 e un’altra Copa América nel 2024. Una sequela di trionfi che ha trasformato profondamente il suo rapporto con l’intero Paese.

Per anni, agli occhi di una parte degli argentini, le delusioni con la nazionale venivano sempre prima dei trionfi con il Barcellona, e il confronto con Diego Armando diventava un esame continuo, pesantissimo anche da un punto di vista emotivo. La Copa América del 2021 aveva già sciolto molte resistenze; il Mondiale del 2022 ha portato alla meritata consacrazione. La discussione su chi sia stato il più grande resta aperta, ma Messi ha finalmente conquistato anche quel titolo la cui mancanza gli era stata rinfacciata per anni. Il suo posto accanto a Maradona, nella memoria del calcio argentino, non poteva più essere messo in discussione.

E poi c’è Cristiano Ronaldo che, mediaticamente parlando, ha sempre rappresentato un po’ l’antitesi stessa di Messi. Il confronto tra i due si è spesso basato sulla maniera diversa con cui venivano rappresentati nei panni di idoli e celebrità. Con Cristiano è stato portato in scena il divo: bello, ricco, consapevole del proprio fascino, pronto a esibire il proprio successo personale e la fame di vittorie. Un’immagine capace di suscitare profonda ammirazione e, a tratti, persino una forma di divinizzazione, ma che qualcuno leggeva anche come pura e semplice espressione di arroganza. Messi ha contrapposto un’immagine più schiva, meno espansiva, lasciando soprattutto al campo il compito di raccontarlo. Per alcuni quella riservatezza era umiltà, per altri distanza. Più che stabilire chi fosse più umano o più vicino al popolo, il confronto mostra quanto diversamente il pubblico possa interpretare l’esuberanza dell’uno ed il riserbo dell’altro.

Entrambi hanno vinto moltissimo. Ma quella Coppa del Mondo alzata da Messi resta una differenza importante nelle loro storie calcistiche: Ronaldo, con il Portogallo, non è riuscito a conquistarla. E se anche un trofeo non basta a definire il valore di un calciatore, per un popolo diventa un ricordo da tramandare alle future generazioni.

È questo che l’Argentina saluta oggi: il suo capitano e quella sensazione che, con quel numero dieci in campo, qualsiasi cosa fosse possibile.

Messi continuerà a giocare. Ma alla prossima partita dell’Argentina qualcuno cercherà istintivamente, tra le tante, ancora la sua maglia.

E servirà qualche secondo per realizzare che, per adesso, il leggendario numero 10 è tornato a esistere solo nei ricordi.

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