Mettiamo subito le cose in chiaro, prima che qualcuno legga il titolo e si prepari in assetto da guerriglia urbana: questo articolo nasce da una curiosità linguistica. L’espressione “fare la vacca” è riaffiorata ultimamente in qualche discorso sulle vicende in campo del Catanzaro. Non so se sia ciò che sta accadendo attualmente in squadra, né queste righe intendono anche lontanamente suggerirlo. Mi ha incuriosito, piuttosto, questo modo di dire particolarmente utilizzato in ambito calcistico. Proviamo per una volta a riflettere sulla sua provenienza, lasciando riposare per qualche minuto la classifica del campionato.
Nel gergo calcistico, il significato è piuttosto netto. Una squadra “fa la vacca” quando gioca deliberatamente al di sotto delle proprie possibilità, fino a compromettere il risultato, magari per liberarsi dell’allenatore. Ovviamente, il più delle volte una simile congettura esiste solo ed esclusivamente nella mente del tifoso, dal momento che una pessima prestazione in campo ha sempre molteplici concause.
Ma da dove arriva questa espressione? E soprattutto, chi ha trascinato l’ignaro bovino dentro il rettangolo di gioco?
Una prima traccia interessante ci porta lontano dal pallone e, curiosamente, molto vicino a casa. Nel Vocabolario del dialetto calabrese di Luigi Accattatis, nel volume del 1895, compare questa definizione:
«Fare la vacca, sogliamo dire di chi nel gioco delle carte si comporta in modo da far vincere l’avversario».
Accattatis segnala anche le forme italiane “far vacca” e “giocare a vacca”. L’espressione viveva al di fuori del contesto sportivo per come lo conosciamo, e non veniva presentata come esclusivamente calabrese. Conteneva, soprattutto, un elemento che ci interessa: un comportamento di gioco favorevole all’avversario. Prima delle discussioni sui calciatori, si complottava sui propri compagni di carte.
Questo è un riscontro documentato. Non dimostra, però, che l’espressione sia passata direttamente dalle carte al calcio: per ricostruire quel tragitto servirebbero altre testimonianze. Il collegamento è plausibile, ma sarebbe comodo mettere in fila due somiglianze e considerare risolta la questione. La storia delle parole, evidentemente, richiede un po’ più di pazienza.
Resta poi la domanda più curiosa: perché proprio la vacca?
Qui entra in scena un protagonista che difficilmente avremmo mai associato a mucche e squadre di calcio: il baco da seta.
È la Treccani a ricordarci che venivano chiamati “vacche” i bachi ammalati di giallume, che si gonfiavano in modo anomalo. “Andare in vacca” indicava quelli che si ammalavano o diventavano flaccidi, smettendo di fare il bozzolo; per estensione, l’espressione è stata riferita anche alle persone fiacche e svogliate. A questa dimensione si collega, probabilmente, l’espressione “fare la vacca”, nel senso di starsene in ozio senza dimostrare alcuna voglia di lavorare.
Quel “probabilmente” è giusto che rimanga al suo posto. Sarebbe singolare diventare categorici proprio dove la Treccani invita alla prudenza, benché nel calcio, solitamente, si tenda a ostentare certezze anche sulle teorie più strampalate.
Anche Alfredo Panzini, nel Dizionario moderno (1908), registra “far la vacca” con il significato di oziare. Esiste dunque un uso legato alla pigrizia, accanto a quello riportato da Accattatis sul gioco delle carte.
Nel significato calcistico potrebbero essersi incontrate proprio queste due componenti: lo scarso impegno e il favorire l’avversario. Da lì al giocare male apposta per danneggiare qualcuno il passaggio di senso è comprensibile. Rimane, però, una ricostruzione plausibile, non una genealogia dimostrata: le testimonianze richiamate non ci permettono di stabilire quando e come l’espressione sia entrata negli spogliatoi.
Abbiamo invece un vocabolario calabrese dell’Ottocento, un tavolo da carte e una possibile parentela con i bachi da seta. Per un modo di dire liquidato solitamente in pochi secondi al bar, è già un curriculum rispettabile. E ci ricorda quante storie possano nascondersi nelle espressioni che utilizziamo quasi senza pensarci, convinti che abbiano sempre avuto solo e soltanto il significato che attribuiamo loro oggi.
Alla prossima discussione calcistica, quando qualcuno tirerà fuori “la vacca” a mo’ di soluzione definitiva, potremo almeno chiedergli se si riferisce ad Accattatis, a Panzini o alla bachicoltura. Non servirà a vincere la partita. Ma potrebbe regalarci qualche prezioso secondo di sana introspezione personale.