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Neanche vincere basta: gli esoneri che hanno sorpreso il calcio

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L’esonero di Giorgio Gorgone dalla panchina dell’US Catanzaro, dopo la pesante sconfitta per 6-1 contro l’Ascoli, e l’arrivo di Michele Mignani ci offrono lo spunto per riflettere su una delle decisioni più ricorrenti e discusse del calcio: cambiare allenatore. Un gesto con cui le società cercano una svolta, affidando a un nuovo tecnico la speranza di invertire la rotta. Ma quando finisce la fiducia in un allenatore? E quanto contano i risultati passati quando il presente comincia a deludere?

Quando salta una panchina, torna spesso un’idea familiare: l’Italia sarebbe il Paese degli esoneri, delle decisioni impulsive, dei progetti interrotti alla prima incrinatura. Eppure, guardando oltre i nostri confini, il fenomeno assume dimensioni ancora più marcate. Una ricerca sul massimo campionato brasiliano ha contato 594 cambi di allenatore tra il 2003 e il 2018: oltre 37 a stagione, quasi 29 escludendo gli incarichi ad interim. Il confronto con studi su altri campionati colloca il Brasile nettamente sopra la Serie A italiana. Si tratta di avvicendamenti, comprese le dimissioni, rilevati su periodi differenti: non di una classifica mondiale definitiva degli esoneri. Ma è sufficiente per mettere in discussione l’idea di un primato tutto italiano.

La precarietà della panchina attraversa dunque confini e lignaggi calcistici. E non riguarda soltanto chi perde clamorosamente o si ritrova ad annaspare in fondo alla classifica. A volte un allenatore viene defenestrato dopo uno scudetto, una coppa alzata al cielo o una qualificazione prestigiosa. Volendo ripercorrere alcuni casi particolarmente conosciuti, possiamo partire da tre episodi italiani, per poi arrivare a una delle separazioni più sorprendenti del calcio internazionale.

Sarri e lo scudetto che non basta

L’8 agosto 2020 la Juventus esonera Maurizio Sarri. Nella sua unica stagione sulla panchina bianconera, l’allenatore ha conquistato il campionato, sigillando con il numero nove la serie degli scudetti consecutivi vinti dal club. L’annuncio arriva però all’indomani dell’eliminazione agli ottavi di Champions League contro il Lione. Il successo in patria bastò a garantirgli la prosecuzione del rapporto.

È un episodio che racconta quanto il giudizio su una stagione dipenda dalle aspettative. Lo stesso trofeo che altrove avrebbe portato alla consacrazione di un tecnico in una società abituata a vincere può rivelarsi a malapena sufficiente.

Ancelotti, dalla qualificazione all’addio nella stessa sera

Il 10 dicembre 2019 il Napoli di Carlo Ancelotti batte il Genk 4-0 e conquista gli ottavi di Champions League. Una vittoria di misura, una qualificazione importante, una serata che sembrerebbe offrire solo occasioni per festeggiare. Invece, poche ore dopo, arriva la comunicazione dell’esonero.

Per comprenderlo bisogna guardare oltre quell’ultima partita: il successo europeo arriva dopo un periodo difficile e non ricompone la frattura maturata intorno alla squadra. Rimane però la forza dell’immagine: un allenatore raggiunge l’obiettivo della serata e, prima che questa volga al termine, perde la panchina. Un risultato positivo non riesce più a modificare il giudizio complessivo sul suo lavoro.

Allegri, una coppa e una rottura definitiva

Il 17 maggio 2024 la Juventus esonera Massimiliano Allegri, due giorni dopo la vittoria della Coppa Italia contro l’Atalanta. In questo caso la motivazione ufficiale riguarda i comportamenti tenuti durante e dopo la finale, che il club considera incompatibili con i propri valori e con il ruolo di chi lo rappresenta.

È una vicenda diversa da quelle di Sarri e Ancelotti. Il risultato sportivo passa in secondo piano rispetto alla condotta e al rapporto con la società. Il trofeo appena conquistato diventa così l’ultimo atto di una collaborazione che si chiude bruscamente. Un promemoria di quanto il mestiere dell’allenatore comprenda responsabilità che non finiscono dopo il fischio finale.

Ranieri, quando nemmeno un’impresa storica protegge

Fuori dall’Italia, il caso simbolo resta quello di Claudio Ranieri al Leicester. Il 23 febbraio 2017, circa nove mesi dopo lo straordinario trionfo in Premier League, il tecnico viene esonerato. La squadra è appena un punto sopra la zona retrocessione, ma ancora impegnata negli ottavi di Champions League. L’allenatore che aveva guidato il club verso un successo che pareva irraggiungibile si ritrova improvvisamente fuori dal progetto.

Forse la domanda è proprio questa: quanto pesa il lavoro di un allenatore, e che valore diamo a quello che ha costruito, quando i risultati iniziano a peggiorare?

Dal Catanzaro alle grandi panchine europee, ogni esonero ha ragioni e circostanze proprie. Sarebbe semplicistico considerarli tutti errori, così come pensare che cambiare tecnico rappresenti automaticamente una soluzione. Queste storie ricordano però quanto rapidamente possa logorarsi la cosiddetta fiducia: a volte non bastano gli anni di lavoro, altre volte nemmeno una vittoria appena conquistata. L’allenatore può essere il primo a pagare, ma capire dove comincino e finiscano le sue responsabilità richiede che si butti un occhio ben oltre i classici 90 minuti.

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