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Una porta, un uomo e qualcosa da difendere

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In questi giorni, attorno al Catanzaro, sento parlare molto di quello che non va e sempre meno di quello che, invece, si può ancora fare. Il presente preoccupa, il futuro spaventa e il pessimismo finisce per condire ogni discussione. Come se prefigurarsi lo scenario peggiore fosse l’unico modo per dimostrare di aver capito tutto.

Per questo, oggi, voglio partire da una storia che arriva dalla Francia. Una vicenda lontana dal calcio, ma che qualcosa da suggerirci, secondo me, forse ce l’ha.

Lui si chiama Pierre Colant ed è il responsabile del negozio di videogames Micromania, a Nizza. Durante i recenti disordini, mentre alcuni violenti prendevano di mira l’attività, Pierre è arrivato e si è piazzato davanti all’ingresso per impedirne il saccheggio. C’è un dettaglio che mi ha colpito: quel giorno era di riposo. Quando ha saputo cosa stava succedendo, si è fiondato al negozio.

Dapprima è stato bersaglio del lancio di vari oggetti, poi qualcuno lo ha colpito con un calcio alle spalle, facendolo cadere tra i vetri rotti. Si è rialzato e ha continuato a difendere l’ingresso dell’attività. Fortunatamente ha riportato soltanto ferite lievi. Nel raccontare l’accaduto, ha spiegato quanto gli avesse fatto male sentire le risate di chi assisteva all’aggressione.

È su quell’ingresso che si ferma il mio pensiero. Sul legame che può esistere tra una persona e un luogo nel quale trascorre gran parte delle proprie giornate. Da fuori vediamo un’insegna, una vetrina, degli scaffali. Per chi ci lavora, quel luogo è un pezzo di vita.

Pierre ha rischiato molto e lui stesso lo ha riconosciuto. Ma nella sua ostinazione ritrovo qualcosa che vorrei vedere anche nel nostro modo di vivere questo momento del Catanzaro: la volontà di esserci quando le cose si complicano.

Naturalmente, una squadra si difende con gli strumenti del calcio. Chi scende in campo lo fa tornando a chiedere il pallone dopo aver sbagliato, aiutando un compagno in difficoltà, evitando che un gol subito diventi una resa. Chi allena e chi dirige lo fa assumendosi le proprie responsabilità e cercando soluzioni. E noi tifosi abbiamo la possibilità di far sentire a tutti loro che vale ancora la pena provarci, che attorno a questa maglia c’è e ci sarà sempre una fiducia incrollabile.

Possiamo essere delusi, contestare una scelta, chiedere maggiore impegno. Ci mancherebbe. Però mi domando quanto ci aiuti trasformare ogni difficoltà nella prova che andrà tutto male. Quanto serva presentarci alla partita successiva con una sentenza già pronta, aspettando soltanto l’episodio che ci darà ragione.

Forse è anche questo il senso di quella parola, resilienza, che usiamo tanto: trovare dentro una delusione la forza per provare e riprovare. Riconoscere il lavoro e l’impegno e ricambiarli con il proprio contributo. Il Catanzaro, per noi, merita questo sforzo anche solo per tutte le volte in cui questi colori ci hanno fatto sentire parte di qualcosa.

Non so come andrà questa stagione. So però che vorrei viverla a testa alta, senza consegnare al pessimismo ciò che non sappiamo neanche se accadrà.

Quell’uomo sulla soglia del negozio mi ha ricordato quanto può essere forte il legame con qualcosa che sentiamo profondamente nostro. Noi quel legame lo conosciamo bene.

Ha due colori. E adesso, più che mai, ha bisogno della nostra voce.

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