Qualche mese fa ho riaperto lo scrigno dei ricordi, per ridare vita a Turi Brescia e a coloro che hanno contribuito alla nascita del calcio a Catanzaro. Questa fase eroica si chiude con una crisi finanziaria, che fa scomparire l’Unione Sportiva Catanzarese dalla scena nazionale e la riporta sul palcoscenico dilettantistico.
La continuità è assicurata dai giovani allievi formatisi alla scuola dell’ungherese Koezegi, che vanno a costituire la squadra titolare nelle tre stagioni successive, dal 1937-38 al 1939-40, nelle quali sarà sempre ottenuta la promozione in serie C, a cui, però, si dovrà rinunciare per carenza di mezzi economici.
Scrive Pasquale Ripepe in Catanzaro e il Catanzaro: “raramente la città fu più vicina alla sua squadra come in questo triennio, e non senza ragione: perché mai come allora la squadra fu davvero la sua squadra, composta com’era interamente da elementi locali: tutti parenti, amici, compagni di scuola o colleghi di quelli che andavano ad incitarli”.
Di quella squadra fanno parte i cugini Pasquale e Gaetano Ripepe. Il mio bisnonno, Luigi Ripepe, che aveva partecipato alla spedizione garibaldina nel Reggimento Zuavi Calabresi, ricevendo una medaglia al valor militare, aveva avuto due figli maschi, Eugenio, mio nonno, e Pasquale. Il figlio di Eugenio, Pasquale, e il figlio di Pasquale, Gaetano, diventano calciatori della Catanzarese.
Ripepe I, Pasquale, più grande, entra nella rosa dei titolari già a partire dalla stagione 1935-36 e verrà raggiunto dal cugino più giovane due anni dopo. Insieme costituiscono due terzi della mediana nello schema di gioco del Metodo, allora in voga, che prevedeva due difensori, tre mediani, due mezzali e tre attaccanti (2-3-2-3).
La mediana era il fulcro della squadra impostata secondo lo schema del metodo e il centromediano metodista era un calciatore fondamentale, perché svolgeva il duplice compito di protezione della difesa e di impostazione del gioco. Nell’approntare la migliore Catanzarese di catanzaresi Pasquale Ripepe inserisce il cugino Gaetano come centromediano, a dare dimostrazione delle sue qualità calcistiche e dell’importanza rivestita nell’assetto della squadra.
Mio padre ricordava quella squadra di catanzaresi e raccontava delle gesta di Gaetano, che in mezzo al campo, con la fronte fasciata da un fazzoletto bianco, per attutire il dolore prodotto dalle cuciture del pallone di cuoio, dominava tutte le palle aeree. Per questa ragione, e anche per distinguerlo dal cugino, era stato soprannominato “capu ‘e ferru”.
Riprenderà il suo posto in squadra dopo la fine della guerra e contribuirà alla rinascita del sodalizio giallorosso giocando nelle stagioni dal 1944-45 al 1946-47. Da quando ho iniziato a frequentare i gradoni dello stadio, alla metà degli anni Sessanta, fino a metà degli anni Settanta, quando, cioè, mi sono allontanato da Catanzaro per frequentare l’Università, tutti i giovedì ho avuto modo di incontrare Gaetano Ripepe, in compagnia del suo immancabile chihuahua, alla consueta partita di allenamento infrasettimanale. Qui, sollecitato, aveva sempre modo di rievocare i tempi e i compagni del passato, mostrando come non fossero mai venuti meno l’amore per il calcio e per i colori giallorossi.
Anche Pasquale ritorna ad indossare la casacca giallorossa dopo l’esperienza bellica, affrontata tra l’altro con tratti di drammaticità, perché impegnato in terra africana prima nella conquista e poi nella caduta di Tobruch. Affiancherà il cugino Gaetano nella linea mediana soltanto nel campionato 1944-45, che si concluderà con la promozione in serie C.
Il lavoro e gli impegni familiari, a venticinque anni era già padre di tre figli, lo tengono lontano dal manto erboso nei due anni successivi, ma la passione sportiva e la dedizione alla squadra della propria città sono troppo forti, sicché rientra nei ranghi societari per rivestire il ruolo di direttore tecnico, che manterrà fino al campionato 1960-61.
E per non farsi mancare nulla, in due circostanze siederà in panchina come allenatore. Con assoluto spirito di servizio, in un’epoca in cui alcune funzioni tecniche venivano svolte per amore, in modo gratuito e per il bene comune, soprattutto da chi sentiva la squadra di calcio espressione autentica della propria comunità. Quando cioè nel calcio l’aspetto ludico e gioioso prevaleva ancora su quello economico.
E lo spirito di servizio, nell’interesse comune, lo richiama all’azione nel 1984, quando sentirà il dovere di aiutare, come consulente tecnico, insieme a Nicola Ceravolo, il presidente Pino Albano nel momento in cui rileva la società da Adriano Merlo.
L’anno successivo ritorna nell’ombra, ma fino all’ultimo continuerà a seguire le vicende delle aquile giallorosse. Ne continuerà a parlare con gli amici nell’abituale passeggiata su Corso Mazzini e non farà mai mancare i commenti tecnici e le analisi in profondità delle partite. Da spettatore, ma con l’anima dipinta di giallo e di rosso.
La scrittura del libro dedicato a un secolo di calcio a Catanzaro è stato il naturale epilogo di una relazione di intima connessione con la squadra del cuore e con la città della propria vita. Basta leggere le prime pagine, per comprenderne il senso: “non so cosa, ma qualcosa mi spinse in un sereno e ancor caldo pomeriggio di settembre del 1929 (…) a varcare il cancello della vecchia Piazza d’Armi (…). Era un allenamento, e ad allenarsi erano giovani con marcato accento settentrionale (…). Forse senza accorgermene stavo assistendo ad un evento a suo modo storico per la mia città: la nascita su basi organizzate di una società – l’U.S.F. Catanzarese – che avrebbe dato non dico una nuova ragion d’essere alla comunità cittadina, ma certo un po’ di colore diverso dal grigio consueto alla sua vita, e più di una occasione di incontro e forse di scontro, ma anche di gioia ed esaltazione, fino a diventarne un’autentica istituzione, e non delle meno amate”.
In queste parole risiede il contenuto del legame indissolubile con la squadra di calcio e, in filigrana, con i suoi abitanti. Pur nel rammarico per quello che si poteva e doveva fare per la città, ma non è stato fatto, e per i miglioramenti mai avvenuti, il calcio è rimasto, per zio Pasquale, il segno dell’identità di una comunità.
Per questo sono sicuro che sarebbe stato felice di seguire il Catanzaro negli ultimi quattro anni, magari con la speranza di riconoscere nuovamente gli indizi di un orgoglio ritrovato e di intravedere, con un misurato ottimismo, com’era nella sua indole, i colori della resurrezione.
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