Settimana scorsa ho ricominciato a pubblicare, dopo un anno solare o poco più, sulla Domenica Giallorossa.
Ho scritto al direttore: “Prof., Alesi mi ha fatto emozionare, ricomincio a scrivere”.
Perché Alesi, con quelle sue spalle piccole e strette, con l’Avellino è stato capace di portarsi dietro tutto il peso della città per 80 minuti di gioco.
E forse è proprio questo il punto da cui partire per raccontare Catanzaro-Palermo.
Non dalle strategie, non dalle classifiche, non dal palmares, non dallo storico degli scontri diretti. Ma dal peso. Quello invisibile che certe piazze si trascinano addosso e che ogni domenica riversano sui propri giocatori.
Catanzaro è una città che al calcio, probabilmente, chiede troppo: gli chiede un’identità ormai smarrita, il riscatto da un presente più che mediocre, gli chiede la possibilità di sognare ancora. Catanzaro è una comunità che chiede — quasi pretende — che novanta minuti possano spiegare una settimana intera di privazioni e provincialismo, di quello più brutto perché senza futuro.
E allora succede, almeno oggi, che una semplice partita di calcio finisca per assomigliare a un romanzo popolare. Perché dentro Catanzaro-Palermo c’è stata soprattutto la partita totale di Iemmello: figlio di questa terra, capitano e riferimento emotivo prima ancora che centravanti.
Ogni pallone passato dai suoi piedi sembrava caricarsi di un significato ulteriore, come se parlasse direttamente alla curva, ai ragazzini cresciuti immaginando quella maglia addosso, alla città intera: un codice morse fatto non solo di passaggi, tiri, gol ma fatto anche di appartenenza, sogni e rivalsa.
Ed è forse questo che rende Iemmello un calciatore diverso: perché se nasci a queste latitudini, con il sangue giallorosso, certe partite non le giochi soltanto, le assorbi fino a trasformarle in una responsabilità collettiva. Iemmello, oggi, non è sembrato semplicemente il migliore in campo; è sembrato il punto d’incontro tra la squadra e il bisogno di riconoscersi di un’intera comunità.
Per questo il Ceravolo più che uno stadio è diventato il luogo in cui una città ha provato ancora una volta a ritrovare sé stessa. E Iemmello, lì in mezzo, era insieme simbolo, voce e tramite di quella ricerca ostinata di un “noi” cittadino che, forse, Catanzaro insegue da sempre senza riuscire a trovare mai.
Era il simbolo di un destino che forse spesso è stato beffardo ma che volte, per quanto raramente, è stato straordinariamente bellissimo.
CREDIT FOTO: US Catanzaro 1929