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Noi, Pietro Iemmello

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Qualche settimana fa, in una delle tante serate anonime tipiche della vita di provincia, ero a cena con tre amici “in Marina”, come amano dire loro.

Come spesso accade parlavamo di Catanzaro: dei suoi limiti, delle sue possibilità, delle occasioni mancate e di quelle ancora da costruire. Di quella distanza – a volte enorme, a volte sottile – che separa ciò che la città è da ciò che potrebbe essere.

Ognuno offriva il proprio sguardo, la propria analisi, poneva domande e cercava di dare risposte, in un esercizio che trovo sempre tanto piacevole quanto doloroso, perché immaginare un futuro diverso significa, inevitabilmente, riconoscere il presente per quello che è.

E così, quasi senza accorgercene, siamo finiti a parlare del Catanzaro.

Non del Catanzaro come semplice squadra di calcio, ma, più che altro, come qualcosa che appartiene a una sfera più intima: il Catanzaro come rito collettivo, come linguaggio comune, come l’unica fede – per quanto laica – capace di riunire una comunità spesso divisa su tutto il resto.

Parlando di Catanzaro e del Catanzaro, a quel punto, è stato poi impossibile non soffermarsi su chi, oggi, rappresenta il punto d’incontro tra queste due dimensioni.

Di Pietro Iemmello avevamo già detto molto – del talento, delle aspettative, delle occasioni colte e di quelle sfuggite – però quella sera, forse complice l’emotività del momento, la conversazione aveva preso una direzione del tutto inaspettata. Avevamo finito per parlare di qualcosa di cui, di solito, non si discute: non chi fosse diventato, ma chi fosse stato prima di diventarlo.

Alla fine della conversazione eravamo approdati a una conclusione sorprendentemente semplice: Pietro era il ragazzo di cui tutti riconoscevano il talento, ma era soprattutto un ragazzo come tutti noi.

Quella era la nostra tesi e la sua conferma empirica sarebbe arrivata, purtroppo, qualche giorno dopo con la partita di Monza.

Infatti, per essere davvero uno come noi doveva misurarsi con la più ingestibile delle delusioni, doveva lasciarsi schiacciare dal peso delle aspettative, doveva patire il tragitto che segna quella distanza dolorosa tra ciò che si immagina per sé e ciò che la realtà concede. Doveva smarrirsi, e poi ritrovarsi. Come facciamo, alla fine, noi tutti.

Sono convinto del fatto che chi, dopo Monza, lo ha giudicato negativamente, lo abbia fatto sottovalutando, in buona fede, quanto sia difficile provare a vincere portandosi addosso il peso di una città intera. Quanto possa essere gravoso inseguire il pallone in campo sapendo che del tuo riuscire ne va il destino, seppur calcistico, di un intero popolo.

Chi non lo ha fatto, come me, probabilmente era lì quella sera e lo ha visto e lo ha riconosciuto come un suo simile. Perché la sua storia somiglia dannatamente a quella di molti di noi, quella in cui, prima o poi, ti ritrovi a fare i conti con ciò che sarebbe potuto essere e con ciò che è stato davvero.

Ma se cosi è, se Pietro Iemmello è come noi e noi siamo come Pietro Iemmello, gli va e ci va riconosciuta la stessa ostinazione che, nel bene e nel male, continua a tenerci in piedi, che continua a tenere in piedi questa città, la stessa ostinazione che gli permetterà e ci permetterà di riprovarci. Perché, come ama dire qualcuno, c’è sempre un’alba dopo una notte buia.

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