Il calcio può vantare un “bestiario” particolarmente variegato: lupi, tori, leoni, serpenti e chi più ne ha, più ne metta. Ma se si assegnasse uno scudetto all’animale più blasonato, l’aquila avrebbe ottime possibilità di vincerlo. Apertura alare imponente, sguardo fiero e determinato, artigli pronti a colpire: un’immagine senz’altro azzeccata per ogni squadra che intenda suscitare timore e rispetto nei propri avversari, ancora prima del fischio d’inizio.
Nella Serie BKT 2026/27 il confronto più immediato è con il Palermo. Anche lì l’aquila mette in comunicazione l’identità della squadra e quella cittadina. Cambiano i colori, cambia il disegno, ma resta un simbolo nel quale una comunità si riconosce. Il club ha perfino intitolato Aquile il volume dedicato alla propria storia e al suo museo.
Allargando lo sguardo al calcio italiano, è inevitabile citare lo Spezia, i cui tifosi e giocatori sono gli “aquilotti”. E poi c’è la Cavese: la storia ufficiale del club ricorda la comparsa dell’aquila sulla maglia già nella terza stagione della società.
In Serie A il riferimento più celebre è naturalmente la Lazio. Il club collega la propria aquila alla Roma dei Cesari e alle insegne delle legioni: un richiamo storico preciso, raccontato anche nella ricostruzione ufficiale dei suoi stemmi. Per anni, a sorvolare l’Olimpico è stata Olympia, un’aquila di mare testabianca, appartenente a una specie nordamericana. Oggi quel ruolo è passato a Flaminia, nuova protagonista dei voli nei cieli della capitale.
Aquile oltreconfine
A Lisbona il Benfica attribuisce alla propria aquila tre significati precisi: indipendenza, autorità e nobiltà. Il rapace esprime così un ideale del club, prima ancora di diventare un’immagine familiare ai suoi tifosi.
L’Eintracht Francoforte, invece, offre un parallelo particolarmente interessante con Catanzaro: il suo emblema deriva dallo stemma cittadino, a sua volta legato all’aquila imperiale. Ancora una volta il calcio raccoglie un’eredità cittadina e la porta in campo.
La nostra aquila, prima del pallone
Per comprendere la storia dell’aquila catanzarese bisogna tornare al 1528, quando la città resistette all’assedio delle forze schierate dalla parte francese, rimanendo fedele a Carlo V. Come segno di riconoscenza, l’imperatore concesse ai catanzaresi il diritto di fregiarsi dell’aquila imperiale e del titolo di città fedelissima.
Nello stemma cittadino il rapace porta sul petto lo scudo con i tre colli e stringe nel becco un nastro con il motto Sanguinis effusione, «con spargimento di sangue»: il ricordo del sacrificio di un’intera comunità. È questa l’eredità che l’aquila porta nell’identità giallorossa, unendo la storia della città alla passione per la squadra.
Catanzaro non è l’unica città italiana ad avere un’aquila nel proprio stemma: la particolarità della nostra è nella sua storia e nel legame che continua a rappresentare. La nostra beniamina racconta di una città che resistette strenuamente e delle gesta eroiche che si legano indissolubilmente alla memoria collettiva e che, attraversando i secoli, arrivano fino alle gradinate del Ceravolo. E perpetuarne il ricordo è il modo migliore per continuare a vederla librarsi in alto.