Stimati amici giallorossi, con il vostro permesso vorrei farvi una premessa: ho smarrito tutti gli appunti che mi ero preparato. Li ho ritrovati ma sotto una tazza di caffè, il che spiega le macchie… mamma a capu.
Domani, sabato 6 novembre alle 15, il Catanzaro farà visita al Cesena e da me non avrete mai alcun pronostico. Ho smesso di interrogare i fondi del caffè il giorno in cui mi avvidi che erano soltanto fondi. Mi limito, dunque, a ragguagliarvi su ciò che posso.
Da constatare che il Manuzzi per Michele Mignani, è la casa dalla quale ha traslocato poco tempo fa. Fino allo scorso anno quella panchina era la sua. La sua compagine cesenatica si fermò ai playoff ed a fermarla, il destino ha un malizioso gusto per l’ironia, fu proprio il Catanzaro. Destino beffardo per i cavallucci. Ora il mister vi rientra da avversario, accompagnato dal fidato D’Urbano. Chi torna dove è stato bene, sa che si può rientrare in una casa e non riconoscerla più dalla serratura. Si bussa per educazione, anche se con la vecchia chiave ancora in tasca.
A non dover bussare invece, saranno i nostri prodi condottieri giallorossi. Qualora riuscissero a varcare la soglia della porta avversaria, in campo si intende, noi tifosi non la considereremmo una forma di maleducazione. Anzi, ci volera proprio! I più giovani, di cui ho contezza grazie a mio nipote, lo chiamerebbero un bel plot twist rispetto al recente passato. Ha provato mio nipote a spiegarmelo più volte, ma ancora non ho capito. Io lo avrei chiamato colpo di scena. Io, che il giuoco lo seguo da quando i palloni pesavano come un cappotto bagnato, lo chiamo semplicemente calcio: nella vita come in campo, ogni storia ha le sue staffette e di rado riusciamo a prevederne i risvolti di come andrà.
Poi c’è chi sabato non potrà esserci. Ai residenti in Calabria la trasferta è preclusa, e se ne dispiace chi, come me, sa che uno stadio senza i suoi sostenitori, è un’orchestra senza violini: suona sì, ma qualcosa manca. A loro dico che l’affetto non ha bisogno di un biglietto di entrata. Lo si porta addosso come una sciarpa, se giallorossa meglio, sotto il cappotto: nessuno la vede, ma scalda ugualmente.
Alla squadra non chiederei l’impossibile, chiedo il possibile fatto con ordine: testa dritta, gambe forti, carattere e “presenza”. Quel contegno che distingue chi sa perdere un pallone da chi lo perde di vista. Il resto spetta al campo, che è in fondo l’unico critico a non aver mai sbagliato recensione.
Io, dal mio ramo, seguirò la partita con una vecchia amica: la mia amata radiolina.
Lascia un commento