La serie B è il campionato italiano più bello.
Con o senza calendario asimmetrico

La realizzazione dei nostri desideri reconditi è avvenuta con la costruzione del calendario asimmetrico, che tutto il mondo pallonaro attendeva spasmodicamente da anni e che finalmente è diventato realtà. Per tanto tempo i cori delle curve di tutti gli stadi italiani hanno inneggiato, inascoltati, a questa favolosa innovazione. I tifosi hanno sperato ad ogni inizio stagione che una tale novità potesse riportare i brividi sulla schiena e riaccendere di entusiasmo l’andamento sonnolento di un campionato privo di mordente. E alla fine di questo torneo siamo sicuri che si urlerà di gioia per il risultato positivo ottenuto. 

Peccato che il quadretto descritto appartiene al mondo della fantasia e che l’asimmetria, o meglio il disequilibrio, tra calendario di andata e di ritorno sia il frutto della mente perversa dei dirigenti del calcio italiano, che, come spesso accade a chi gestisce il potere fine a se stesso, ama trastullarsi con riverniciature di facciata o con balli, danze, calembours e cotillons, piuttosto che affrontare i problemi veri, possibilmente alla radice.

Quale potrebbe essere il senso di questa sperimentazione? Forse quello di rendere più imprevedibile ed avvincente il campionato? E quindi capire se il modello sia esportabile nella serie maggiore? Ebbene, la risposta a queste domande è che non serve a niente. Infatti, se c’è un campionato che non ha bisogno di essere ravvivato è proprio quello di serie B, da sempre l’unico del panorama calcistico italiano a garantire fino alla fine la più alta suspence, dove le retrocessioni, le promozioni e la griglia per playoff e playout si definiscono sul filo di lana. E quale cambiamento si può paventare in serie A, dove da almeno un paio di decenni si giocano due campionati, uno per la vittoria finale e un altro per non retrocedere e dove la differenza è data esclusivamente dalla capacità economica delle società partecipanti. E dove a vincere sono sempre le stesse squadre, ad esclusione dell’ultima cavalcata straordinaria del Napoli e dei due scudetti consecutivi di Lazio e Roma di inizio millennio: è veramente deprimente assistere sempre allo stesso copione, concluso nell’ultimo ventennio con undici affermazioni della Juventus (con uno scudetto revocato, altrimenti sarebbero state dodici), sei dell’Inter e tre del Milan e tutte le altre compagini a fare da semplici comparse della trita e fastidiosa rappresentazione teatrale.

Forse si dovrebbe pensare che i problemi sono ben altri ed evitare possibili imitazioni da parte della cadetteria del nefasto andamento del campionato maggiore. E cominciare forse a ragionare più nell’interesse di un virtuoso sistema calcio, in cui non è centrale il denaro, ma la passione sportiva, non solamente i conti societari, ma la dignità degli interpreti sul campo, non soltanto il ritorno economico dello spettacolo, ma il rispetto per i fruitori della recita. E non dimenticare mai che lo sport si regge sui sentimenti, che non si possono sbandierare unicamente quando si sventola il tricolore, ma anche quando si allestiscono le regole del gioco e si elaborano i programmi di lavoro.

Traduciamo tutto questo in esempi concreti. E chiediamoci, ad esempio, a chi giova la nebulosità delle proprietà delle più importanti società, o a chi fa comodo la costruzione di rose costituite interamente da calciatori stranieri, o ancora a chi è utile spalmare una giornata in almeno quattro giorni in tutte le ore possibili e immaginabili. E per salire di livello, chi si avvantaggia da un mondiale giocato nel deserto in pieno inverno, con la conseguente alterazione dei campionati nazionali, o giocare le partite in orari impensabili con 40 gradi all’ombra. Ognuno può rispondere da sé, ma una cosa è certa, chi non ricava nulla è l’appassionato, l’innamorato del calcio, l’illuso amante del pallone che rotola su un manto erboso.

Nonostante tutto, i tifosi hanno continuato e continuano a seguire e sostenere le squadre del cuore senza tentennamenti, facendo i salti mortali per affrontare trasferte più complicate in giorni feriali, o organizzare viaggi più tortuosi per rientrare in tempo al lavoro, perché delle loro esigenze in verità a chi dirige interessa poco o nulla. In serie B tutto ciò è ancora visibile e rimane un’oasi alle soglie dell’eccellenza. Poi si sale di categoria e troviamo squadre dove per scoprire un calciatore italiano bisogna usare il lanternino e dove c’è un’abbondanza spropositata di illustri sconosciuti proveniente dall’intero orbe terracqueo.

In questi giorni c’è stata una levata di scudi contro il provvedimento del governo che ha bloccato la proroga del decreto crescita e io dovrei essere uno di quelli a inveire contro la decisione di un esecutivo che mi fa venire il mal di stomaco soltanto a sentirlo nominare. Ma non me la sento, perché se indubbiamente qualche effetto negativo sui club di primo piano produrrà, è anche vero che bisognava porre fine alla infausta pratica di accogliere qualunque calciatore avesse un idioma straniero. Mi sono sempre chiesto come fa un ragazzo abituato a giocare tra gli sbuffi dei geyser ad essere più bravo di uno scugnizzo che impara a dribblare nei cortili di periferia o come può essere più di prospettiva un giovane proveniente da una qualunque steppa ghiacciata dell’Europa orientale o da una qualsiasi zona desertica africana. La verità è che provenire dall’estero ha significato per le società italiane avere meno costi e pagare meno tasse e questo ha reso le squadre il ricettacolo della qualunque, con assoluto disinteresse per i giovani nati e cresciuti nel nostro paese. Ciò significa non che il decreto crescita fosse sbagliato, ma che è stato applicato male, ad uso e consumo del vantaggio economico. E quindi ben venga la sua fine. Potrebbe essere l’occasione per calmierare prezzi ed ingaggi e riportare tutto su un piano di maggiore rispondenza con la realtà.

A conclusione, un’osservazione di poco conto. La nazionale italiana ha vinto, per congiuntura degli astri e per il fato benigno, ma anche per la bravura dello staff tecnico e la solidità del gruppo, gli ultimi campionati europei: vogliamo ammetterlo, è stato un autentico miracolo. Negli ultimi quattro mondiali l’Italia è stata per due volte eliminata al primo turno da squadre di seconda fila e nelle ultime due non si è nemmeno qualificata. Con chi si dovrebbe assemblare la nazionale, se le squadre di serie A sono imbottite di stranieri, anche albanesi, austriaci, svizzeri, scozzesi, uzbechi, marocchini, neozelandesi, georgiani, islandesi, norvegesi, ciprioti e chi più ne ha più ne metta. E i nostri ventenni, vicecampioni del mondo, o diciannovenni, campioni europei, a fare da rincalzi ai presunti campioni in erba stranieri, e a volte costretti a girovagare tra serie B, se va bene, e serie C, perché senza spazio a disposizione.

La butto lì. Sono due anni che mi esalto con le giocate di gran classe, la visione di gioco, l’intelligenza tattica, la raffinatezza tecnica e l’eleganza di Ghion. Il principino del centrocampo ha pochi rivali nel campionato che sta disputando, ma dico con grande sincerità che non è che abbia visto in serie A chissà quale giovane centrocampista straniero più bravo e più lucido sul piano del gioco. A Sassuolo sono proprio sicuri che bisognava andare a pescare in qualche terra lontana o non piuttosto guardarsi intorno, magari nel campo a fianco, per trovare a chi affidare le sorti del centrocampo neroverde!   

In serie B, per fortuna, è ancora prevalente la presenza e l’apporto dei calciatori italiani e i giovani hanno la possibilità di giocare e fare esperienza. Ma qualche segnale di allineamento al campionato maggiore sta iniziando ad arrivare anche qui, se è vero che le due formazioni di vertice, Parma e Venezia, allineano rispettivamente soltanto 6 e 8 calciatori italiani. Quindi sarebbe il caso di non baloccarsi troppo con i blocchetti Lego del nuovo edificio del calendario asimmetrico e impegnarsi a frenare ogni possibile deriva, per continuare a mantenere questo torneo il campionato italiano più bello, quello della tradizione nella modernità, di un passato sempre più attuale, ma proiettato nel futuro. 

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