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Undici – Quando uno striscione diventa tante cose

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Una volta tanto estraniamoci dai dati calcistici freschi. Se il passato ci ricorda chi siamo appena stati, con la tripletta di Alphadjo Cisse in Europa, una roba incredibile visto che mai nessun italiano era riuscito a siglare prima dei 20 anni, mentre il presente ci ha regala una panchina traballante, con la considerazione che la serietà non paga se non arrivano i risultati (Verona a parte), facciamo un giro in curva osservando un fenomeno che dal secolo scorso ci regala, puntualmente, pensieri di vario genere.

Si tifa con la voce, incitando, spronando, ma anche contestando, quando le situazioni lo richiedano. Ma oltre la voce ci sono gli striscioni, quelli srotolati parola per parola contenenti i messaggi più svariati. Il tifo organizzato giallorosso non è da meno rispetto agli altri, anzi brilla per contenuti, rime e situazioni rappresentate, tali da far capire come la comunicazione sia sempre fondamentale ovunque, curva compresa.

Svariate volte nell’antistadio, in quella che potremmo iniziare a chiamare piazza Massimo Palanca, la tifoseria organizzata ha esposto striscioni nei quali ha espresso solidarietà rispetto ad altri tifosi ai quali, in altre parti d’Italia, è successo qualcosa. Anche in un rotolo di carta può esserci solidarietà. Tanta e tale da cancellare scazzottate o situazioni che sbiadiscono anche grazie ad un apparato preventivo che costringe tutti a comportarsi come si deve, in maniera anche da avvicinare (o meglio riavvicinare) negli stadi figli e famiglie, ovvero soggetti che rappresentano il nostro futuro nel quale ci proiettiamo, sperando sempre di lasciare a chi verrà un qualcosa di migliore rispetto a quello che abbiamo ricevuto, in un tacito patto tra generazioni che si susseguono.

Da fuori a dentro lo stadio il passo è breve e sono tanti gli striscioni che rimangono bene impressi anche a distanza di decenni. Se negli anni è nata la rubrica televisiva “Striscia lo striscione” ci sarà un perché. Da Giulietta, passando per il Vesuvio agli sfottò nei derby a qualunque latitudine si giochino (Cosenza sogna, Surro segna ci viene in mente su due piedi), la fantasia-creativa ha scomodato finanche Shakespeare e tanta ironia. Catanzaro, si diceva non è da meno in questa gara che fa la storia del tifo. Da quelli relativi a contestazioni alle dirigenze in epoche nelle quali non si riusciva ad emergere, a quelli di benvenuto a piccoli tifosi, passando per quelli commemorativi. C’è di tutto negli anni. C’è tanto affetto e cura nei dettagli quando si commemora Massimo Capraro come Francesco, Ciccio per tanti amici, nell’ultimo giro di orologio di una vita nella quale il Catanzaro ha rappresentato una parte di gioie. Francesco era primavera? E’ e sarà primavera sempre, ma questo più che uno striscione è un imperativo per chi rimane, ricordando e accettando come, nella vita come nel calcio, si vince e si perde, ma si gioca.

CREDiT FOTO: US Catanzaro 1929

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