Il risultato di Verona deve essere accolto con animo favorevole dalla tifoseria giallorossa. La prestazione non è stata, dal punto di vista tecnico e ancor più da quello tattico, incoraggiante, ma qualche elemento positivo va comunque evidenziato. La squadra è rimasta sempre in partita, anche nei momenti in cui gli Scaligeri l’hanno messa fortemente sotto pressione, e la ragione va ricercata nella grande determinazione e nella voglia di riscatto che hanno caratterizzato i ragazzi scesi in campo. Può bastare solo questo per garantire la risalita verso posizioni più tranquille e maggiormente consone al blasone del Catanzaro? Certo che no, ma da qui si può ripartire.
Il Catanzaro non si discute, si ama. Oltre ad essere una splendida dichiarazione d’amore può considerarsi anche un assioma incontrovertibile? Dopo la disastrosa prova del Ceravolo contro il Mantova, si è riacceso un dibattito che da tempo sembrava sopito: quello sulle reali potenzialità della squadra. L’attenzione si è focalizzata sul grado massimo di critica che può essere rivolto alla società. Quasi che affermare di essere seriamente preoccupati per l’esito di questo campionato possa rappresentare una sorta di delitto di lesa maestà nei confronti di chi ci ha fatto rinascere calcisticamente. Ero tra coloro che hanno apprezzato strenuamente il lavoro della famiglia Noto quando ancora non si intravedevano neppure lontanamente i successi poi raggiunti. Per questo ritengo di poter affermare, senza timore di essere etichettato come nemico della patria, che gli errori commessi da quel maledetto fischio finale di Monza siano stati tanti. Errori di prospettiva, a mio avviso, ai quali si può ancora porre rimedio, purché non si pensi che sia tutto a posto.
Indipendentemente da come si concluderà l’esperienza di Gorgone a Catanzaro, non può negarsi che in questi mesi l’uomo si sia fatto apprezzare: mai si è sottratto alle proprie responsabilità e anche alle proprie colpe. Anche dopo Verona si è sottoposto alle domande della stampa, persino su argomenti, come la reale consistenza della rosa, rispetto ai quali è probabilmente l’ultima persona chiamata a dissipare dubbi e perplessità. Con il consueto garbo ha elogiato il gruppo, respingendo le accuse di scarsa professionalità e si è mostrato pronto ad una battaglia che si preannuncia durissima, chiunque sieda sulla panchina delle Aquile.
Non possiamo che chiudere con un plauso ai mille, scrivo volutamente il numero a lettere per evitare interpretazioni erronee, che hanno seguito la squadra fino a Verona, incuranti della “bufera” e della distanza, certamente non trascurabile. Il segnale lanciato appare semplice da decifrare: si amano quei colori che rappresentano una storia calcistica gloriosa ed una città che alcuni tra loro ancora vivono ma che molti altri hanno dovuto lasciare, spinti lontani da un fardello troppo pesante. C’è poi un senso, forse un po’ più profondo ma interpretabile anche questo senza eccessivi sforzi: l’amore, quello vero, non è unidirezionale!
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