Dall’amichevole del 26 luglio in Trentino al gol a Chiavari: la storia di un calciatore, di una squadra e di una città che non ha mai smesso di credere
C’è una data che, per Marco Pompetti, segna il confine tra un prima e un dopo: 26 luglio 2025, Dimaro Folgarida. Non una partita ufficiale, ma un’amichevole estiva, un controllo di routine, un contrasto che gli provoca la frattura lievemente scomposta del terzo distale della tibia sinistra. Il documentario ufficiale dell’US Catanzaro, pubblicato sul canale YouTube del club, non è solo la cronaca di un infortunio e di un rientro: è il ritratto di un ragazzo, un professionista, un simbolo per una città che ha imparato ad aspettarlo, a sostenerlo, ad amarlo.
Un lavoro corale e di qualità, curato nei minimi dettagli: diretto e montato da Alfredo Capellupo, con la supervisione in post-produzione di Nicola Carvello, il title design di Loris Loreti e la voce avvolgente di Gianpaolo Negro che guida lo spettatore attraverso le emozioni, le paure e la rinascita di Pompetti. Un documentario che non si limita a raccontare, ma immerge lo spettatore nel dietro le quinte di un recupero che è prima di tutto umano.
Dalle voci dei compagni di squadra – Tommaso Cassandro, Matias Antonini, Filippo Pittarello, Pietro Iemmello, Bruno Verrengia – a quella della fidanzata Alisia, emerge un Marco Pompetti umile, determinato, capace di trasformare il silenzio della riabilitazione in una promessa mantenuta. Il gol nel 3-1 a Chiavari, dopo mesi di assenza, non è solo un centro in rete: è la firma su una pagina di vita riscritta con fatica, sudore e una forza che va oltre i muscoli.
“Ho sentito una botta fortissima”, racconta Pompetti. Non si alza. I compagni si avvicinano, lo spogliatoio si svuota, l’ambulanza diventa il simbolo di un incubo. “Mi son fatto male”, ripete, mentre la risonanza conferma il peggio: frattura lievemente scomposta del terzo distale della tibia sinistra. La diagnosi è una sentenza, ma Marco non piange. “Devo operarmi subito”, decide. Due giorni dopo, è già sotto i ferri.
La testimonianza di Pietro Iemmello, che quel giorno era in campo a Dimaro Folgarida: “Vederlo così, sofferente, mi ha fatto capire subito che era grave. Marco non si rialzava. E non è da lui. Non è da Marco”. Una frase che fotografa l’attimo in cui tutto è cambiato, ma anche la consapevolezza che, per un guerriero come lui, quella non sarebbe stata l’ultima battaglia.
“I primi giorni sono stati i più duri”, ammette Pompetti. “Non riuscivo a dormire, il dolore era forte, ma la testa non smetteva di pensare al campo”. La riabilitazione diventa una battaglia quotidiana: esercizi, fisioterapia, la stabilometria che misura ogni piccolo progresso. Ma c’è anche la vita fuori dall’ospedale: Alisia, la fidanzata, racconta come il loro rapporto sia nato quasi per caso, tra un ristorante di Catanzaro e una cena improvvisata. “È il mio migliore amico, poi è il mio fidanzato”, dice, mentre Marco scherza sul modo di tagliare il pane.
Lo spogliatoio non lo abbandona mai. Anche quando è in tribuna, “i primi 10 minuti sta zitto, poi inizia a urlare: ‘Mati! Pietro!’”. I compagni lo coinvolgono, lo stuzzicano, lo fanno sentire parte del gruppo. “Vederli giocare mi dava una carica incredibile, e non vedevo l’ora di esserci anch’io”, confessa.
31 gennaio 2026, Catanzaro-Südtirol: Marco Pompetti torna a calcare il terreno di gioco dopo mesi di riabilitazione. È il primo passo, il ritorno in campo, ma non è ancora il momento del gol. 21 febbraio 2026, Chiavari: qui, invece, arriva la vera consacrazione. Non è un semplice cambio, non è solo un rientro. È la fine di un viaggio fatto di sacrifici, notti insonni e una determinazione che non si è mai spenta. “Il tempo è passato, il lavoro è stato duro, ma ora sei pronto”, gli dicono i compagni, lo staff, la città intera.
E Marco risponde. Con un gol. Il 3-1 che chiude la partita e riapre il suo futuro. “Non è un debutto, è una vittoria silenziosa”, commenta la voce narrante del documentario. In quel gesto, in quel tocco di palla, in quella corsa verso i compagni, c’è tutto: la fatica, la rabbia, la voglia di tornare più forte di prima. Non è solo un centro in rete: è la firma su una promessa mantenuta, il sigillo su una battaglia vinta lontano dagli occhi di tutti.
Alisia, la sua compagna di vita, traccia il ritratto più intimo di Marco Pompetti: “Lui vive per il calcio. Ha creduto in se stesso quando era difficile, quando tutti avrebbero potuto dire ‘basta’. Ma Marco no. Lui ha scelto di alzarsi, ogni giorno, anche quando il dolore sembrava più forte di tutto”. Una determinazione che, sul campo, si è trasformata in gol, in vittoria, in un esempio per tutti.
Il documentario non parla solo di un calciatore, ma di una squadra, una città, un modo di intendere il calcio. Catanzaro non è solo uno stadio o una maglia: è un luogo dove “ho trovato una seconda casa”, dice Pompetti. “Mi ha fatto maturare come uomo e come professionista”.
La lezione di Marco è chiara: “Il calcio si ferma, ma la scelta di alzarsi e resistere è tua”. Oggi, mentre corre sul campo del Ceravolo, quel bambino biondo con il mancino fatato è tornato. Non è più lo stesso, è di più.
La storia di Marco Pompetti è un messaggio per tutti: gli infortuni non definiscono una carriera, la determinazione sì. Il Catanzaro, con questo documentario, non racconta solo il rientro di un giocatore, ma la forza di un gruppo e di una comunità. Ora l’obiettivo è chiaro: continuare a crescere, insieme. Perché “quando il calcio si ferma, la vera partita inizia dentro di te”.
E Marco, questa partita, l’ha già vinta.
CREDIT FOTO E VIDEO: US Catanzaro 1929
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