Esistono persone che seguono il calcio tutto l’anno, conoscono le formazioni a memoria e discutono di mercato anche a Ferragosto. Poi ci sono quelli che, davanti alla parola “ripartenza”, pensano alle ferie finite. Quelli che possono vivere serenamente senza sapere chi giochi domenica e che, quando qualcuno parla di un “falso nueve”, sospettano una qualche nuova truffa telematica.
Poi gioca l’Italia. E ci si ritrova tutti davanti al televisore.
Non si sa bene come spiegare questa cosa. Se fino al tardo pomeriggio chiedevamo «Ma stasera c’è la partita?», con il tono di chi vuole soltanto capire se troverà traffico per strada, alle nove siamo seduti sul divano a pretendere una maggiore presenza a centrocampo. E poco importa se non sappiamo proprio spiegare in cosa consista questa fantomatica “presenza”.
La Nazionale ci fa questo effetto: coinvolge anche chi il calcio lo frequenta poco, male o soltanto per interposta persona. Basta una maglia azzurra e quel «giocano» diventa «giochiamo». Un cambio di pronome piccolissimo, dentro il quale caschiamo tutti.
Il movente, spesso, è di stampo prettamente culinario: «Vi va se prendiamo una pizza e ci vediamo la partita insieme?» è una domanda capace di mettere d’accordo parenti, amici, appassionati e persino condomini che si erano giurati odio perpetuo all’ultima assemblea. Si aggiunge una sedia, si sposta il tavolino, si cerca il telecomando imboscato dal cane sotto i cuscini del divano. E se qualcuno domanda chi sia il giocatore inquadrato, molti fanno finta di non aver sentito per evitare di confrontarsi con la propria ignoranza abissale ignoranza.
Da lì in avanti, il salotto si permea di una sorta di solennità fuori parametro. La disposizione dei posti non si può cambiare se stiamo giocando bene. Chi osa alzarsi durante un’azione pericolosa viene redarguito con toni severi e minacce ben poco velate. E se arriva un gol mentre sei in cucina alle prese con la differenziata, rischi di doverci trascorrere il resto della serata, ai domiciliari in compagnia del bidone dell’umido.
Insomma, una mobilitazione di fantozziana memoria: aleggia lo spirito del partitone scapoli contro ammogliati, con quella capacità tutta nostra di vivere il pallone come una questione di sopravvivenza. Solo che qui ci convochiamo da soli. Nessuno ci obbliga, eppure ci presentiamo tutti: titolari, riserve e gente che deve ancora capire verso quale porta stiamo attaccando.
E la partita continua il mattino dopo. Al bar, in ufficio, in un whatsapp agli amici. Un giocatore di cui ieri ignoravamo l’esistenza diventa «quel ragazzo lì, ho sempre saputo che era bravo». E anche il nome dell’allenatore entra nelle conversazioni quotidiane con la familiarità di un parente stretto.
Forse è proprio questo che mi piace, da appassionato occasionale: per una sera condividiamo qualcosa anche con persone con cui, normalmente, avremmo ben poco da spartire. Si esulta, si sbuffa, si lanciano anatemi contro la qualunque, ci si lascia andare a risatine isteriche assolutamente inquietanti. E tra un’imprecazione e un’esultanza, ci sentiamo tutti un po’ più vicini.
Poi torniamo alle nostre vite, alle nostre differenze e, nel mio caso, alla consueta, cronica, incompetenza calcistica.
Ma alla prossima partita chiamatemi. Porto io la pizza.
E comunque, sul centrocampo, bisogna intervenire.