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Le nazionali che perdono sempre (o quasi): il calcio bizzarro dei micro-stati

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Esistono nazionali che festeggiano un pareggio come fosse una finale della Coppa del Mondo. Non è un modo di dire: è la realtà quotidiana di un pugno di piccolissimi paesi europei che, da decenni, scendono in campo sapendo quasi sempre di partire sconfitti — ma nonostante questo, continuano a riempire gli stadi, a cantare, a sperare. È qui, più che nei grandi tornei, che si capisce davvero cosa significhi il calcio per chi lo vive: non un risultato, ma appartenenza.

San Marino, il caso estremo per eccellenza

Se esiste un simbolo assoluto, un esempio raro, con questa mentalità calcistica, di sicuro va menzionata la squadra del San Marino. La prima Repubblica al mondo (301 D.C.) è l’ultima nel ranking FIFA, ininterrottamente dal novembre 2023, dietro nazioni come Anguilla, Isole Vergini Britanniche, Sri Lanka e Seychelles. In oltre 200 partite ufficiali disputate nella sua storia, appena 34 i gol segnati, contro gli oltre 800 subiti. Numeri che letti a freddo, raccontano una sofferenza sportiva quasi incomprensibile. Eppure, dentro questa striscia di sconfitte, si nasconde anche uno dei momenti più belli della storia del calcio minore: il gol di Davide Gualtieri contro l’Inghilterra nel 1993, arrivato dopo appena 8,3 secondi dal fischio d’inizio — tuttora uno dei gol più veloci nella storia delle qualificazioni ai mondiali. Un lampo di gloria che i sammarinesi ricordano ancora oggi, come se fosse accaduto ieri, molto più di qualsiasi sconfitta pesante incassata nel corso degli anni.

Settembre 2024: dopo vent’anni di attesa, San Marino conquista la sua prima vittoria ufficiale in una gara valida per una competizione internazionale, chiudendo il match 1-0 con il Liechtenstein. Un evento che ha provocato scene di gioia collettiva, come se il piccolo Titano avesse vinto un trofeo continentale.

Che lavoro fanno i calciatori di San Marino?

È una delle curiosità che circolano attorno a questa nazionale, ed è anche la più rilevante. La maggior parte dei giocatori sammarinesi, non vive di calcio: ci sono bancari, operai, uno studente universitario ed appena un vero professionista a tempo pieno. Giocano la sera dopo il lavoro, si allenano nei ritagli di tempo ed il giorno della partita indossano la maglia della propria nazione, con lo stesso orgoglio di un professionista plurimilionario. Il campionato sammarinese, peraltro, impone per legge la presenza in campo di almeno due giocatori di passaporto sammarinese per squadra — un modo per proteggere un’identità calcistica che, altrimenti, rischierebbe di scomparire del tutto.

Un’altra curiosità da menzionare, è che nel corso degli anni, sono passati anche volti noti al grande pubblico italiano, come l’ex difensore Aldair, l’ex centrocampista Damiano Tommasi e persino il conduttore televisivo Alessandro Cattelan — a dimostrazione di quanto, in fondo, l’attrazione per questo calcio genuino e senza filtri superi i confini dello sport professionistico.

Gli altri piccoli giganti d’Europa

San Marino non è la sola in questa categoria. Gibilterra, che conta più o meno la stessa popolazione del Titano (nome del monte sul quale sorge appunto San Marino), ha già collezionato sei vittorie ufficiali nella sua storia recente — un bottino che, rapportato alle dimensioni del paese, pesa quanto una qualificazione mondiale. Il Liechtenstein ha conquistato nove vittorie nell’ultimo decennio, mentre le Isole Fær Øer, arcipelago sperduto tra Norvegia e Islanda, sono probabilmente il caso più sorprendente di tutti: hanno battuto la Grecia non una, ma ben due volte, in due epoche diverse.

Il vero significato di tutto questo

Solo adesso, il discorso smette di essere solo statistica e diventa qualcosa di più profondo. Perché il calcio, per queste nazioni, non è mai stato una questione di risultati. È un rito collettivo che si ripete ogni due o tre mesi, indipendentemente da quello che dirà il tabellino finale. Perdere 6-0 contro la Germania (probabilmente potendo anche infierire sul punteggio) e poi festeggiare un pareggio come fosse una coppa alzata al cielo: è proprio in questo contrasto che si nasconde il senso più autentico dello sport. Il tifo, in fondo, non nasce dal bisogno di vincere, ma dalla necessità di appartenere a qualcosa, di condividere un’emozione con la propria gente e di avere un motivo — anche piccolo — per condividere opinioni e gioire insieme.

Un fenomeno che si ripete in ogni angolo del pianeta: dal tifoso sammarinese che aspetta vent’anni per una vittoria, al tifoso della squadra di provincia che segue i propri colori ovunque essa giochi, tutti vivendo il momento della partita come un appuntamento sacro. Il calcio, in tutte le sue forme, resta uno dei pochi spazi in cui milioni di persone possono staccare la spina dai problemi quotidiani, respirare un’emozione collettiva autentica, e sentirsi parte di qualcosa di più grande di loro stessi.

San Marino, Gibilterra, Liechtenstein, Fær Øer: nomi che raramente compaiono sulle prime pagine dei giornali sportivi, ma che raccontano forse la versione più pura e sincera di cosa significhi essere tifosi.

Non serve vincere per amare una maglia. A volte basta un gol, o una vittoria arrivata dopo vent’anni, per capire che il calcio — quello vero — non si misura in trofei, ma in quanto a lungo un popolo è disposto a continuare a crederci.

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