Un grande Catanzaro. Ed ora il derby, da non perdere

Di Antonio Ionà

Dopo l’ambo secco allo stadio Tombolato, dove si è stagliato davanti ad i nostri occhi un arcobaleno di felicità, che principia dal piede debole del nostro capitano e termina sotto il sette delle porta avversaria, è un’atmosfera surreale quella che il Ceravolo offre ai suoi spettatori accogliendoli. 

Una nebbia fittissima avvolge il manto di gioco ritardando, di qualche minuto, l’inizio delle ostilità e la presenza della tifoseria avversaria neppure si percepisce fin quando, rischiarandosi la foschia, appare come una moderna Gerusalemme: Bari è arrivata, la partita può iniziare. 

Pronti via ed è Fulignati ad essere subito protagonista con una parata incredibile su Lulic. Poco dopo, al contrario, è il Catanzaro ad andare avanti nel punteggio: una nuova parabola di estasi travolge i presenti quando, al quarto minuto di gioco, Vandeputte trasforma un calcio di punizione in modo magistrale. 

I giallorossi macinano gioco, i pugliesi non pungono più di tanto, e già al decimo vi è l’occasione per raddoppiare con una bella azione personale di Iemmello che però si infrange sul palo. 

Il secondo tempo si contraddistingue per un Catanzaro di carattere e abnegazione che dapprima resiste in trincea, respingendo le ondate – in realtà non troppo convinte – di un Bari mai realmente pericoloso, fino a che, al 78’, Iemmello, splendidamente assistito da Pompetti, insacca il gol del raddoppio. È il requiem delle speranze pugliesi ed è il giusto coronamento di una partita straordinaria che ha visto – oltre ai marcatori di giornata – in Ambrosino, Antonini, Petriccione, oltre ad un ritrovato Brighenti, dei nuovi titolarissimi. 

Nota di colore: quando l’uomo con il cappello, Iachini, incontra l’uomo con la coppola, Vivarini, l’uomo con il cappello è un uomo morto. Il processo di beatificazione del nostro mister è ormai atto dovuto e passa, forzatamente, dal prolungamento del suo contratto, senza di lui questo Catanzaro non sarebbe dov’è. 

Tanto detto, inutile girarci intorno, domenica le Aquile saranno di scena al San Vito a Cosenza. Ci aspetta una partita dura, contro una squadra – dopo un eccellente mercato di gennaio – attrezzatissima. 

Indubbia la necessità di non perdere: per il blasone, per la nostra storia, per il nostro vecchio amore, finanche per la necessità di rimanere attaccati al trenino di squadre che viaggiano compatte verso la stazione della gioiA. 

Sognare in provincia, alla fine della fiera, non costa nulla. In questa vita di confine ultimo, dove ci riuniamo e ricuciamo le nostre anime al battere dei tamburi, dove accordiamo il nostro cuore al loro levare, cosa ci resta se non questo? 

Ed è proprio questo nostro cuore malandato, bistrattato per 20 anni sui campi impolverati d’estrema periferia, che da una parte ci invita a non andare oltre all’oggi, a non credere che ci sia altro al di là di una realtà che ci vuole già sconfitti e che ci induce a fermarci davanti all’impossibilità, dall’altra, però, inconsciamente e sprezzante del pericolo, ci sprona a sognare perché, finalmente, il nostro capitano ha dissotterrato l’ascia di guerra. Forza Catanzaro.

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