Cari giallorossi, oggi non ho voglia di fare lo spiritoso. O meglio: ce l’ho, ma la terrò in panchina.
Prima delle battute, però, tocca guardare le cose in faccia. Il Ceravolo ha fischiato, e quando fischia il Ceravolo pure un’aquila abituata a volare alto abbassa lo sguardo — e stringe gli artigli sul ramo puru cchiù forte del solito. Non per vergogna dei propri colori, sia chiaro: quelli si portano fieramente anche nelle giornate storte. È che certe sere, da lassù, si vede tutto. E uno finisce per invidiare il piccione dietro il tabellone, che almeno può sempre guardare altrove.
Il Mantova è arrivato con il vestito buono e se n’è andato con tre punti. Noi siamo rimasti al palo, della porta ovviamente, con il conto da pagare e quella faccia di chi aveva invitato gente a cena ritrovandosi pure senza il servizio di piatti.
Uno a tre. Una partita indirizzata già nel primo tempo, quando Tomasevic e Ruocco hanno fatto male presto, togliendoci persino il tempo di sistemare gli occhiali e pronunciare il tradizionale «vidimu comu si minta…». Ma si era già messa male.
Bragantini ha chiuso i conti a inizio ripresa. Il gol di Antonini al 90’+1 ha reso il tabellino meno severo, senza rendere la serata meno amara. Un piccolo cerotto, quando ormai in casa avevamo già aperto tutto l’armadietto dei medicinali.
Tre punti in sei giornate. Diciannovesimo posto. Li scrivo così, senza decorazioni, perché a questi numeri non serve il commento del professore: si fanno capire benissimo anche dall’ultimo banco. E se la classifica urla, non possiamo continuare a sostenere che si stia soltanto schiarendo la voce.
Il tifoso giallorosso sa avere pazienza. Conosce le salite, le domeniche rovinate e quella particolare forma di ottimismo che ti fa tornare allo stadio dopo aver giurato, uscendo, “on mbegnu cchiu”. Poi arriva la partita successiva e sei lì, pure in anticipo. Ma la pazienza ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi: un segnale, una reazione, la sensazione che gli errori di ieri servano almeno a evitare quelli di domani. Altrimenti diventa un abbonamento all’attesa. E di abbonamento ne abbiamo già pagato uno.
In queste ore, inevitabilmente, si parla anche di panchina, di riflessioni societarie, del futuro di mister Gorgone. Sono discorsi che accompagnano ogni crisi e nei quali le certezze, spesso, corrono molto più veloci delle notizie.
Non sta a me emettere sentenze. Sono un’aquila con gli occhiali e un debole per le battute: al massimo posso presiedere un consiglio di classe, e già lì avrei difficoltà ad assegnare la sufficienza in serenità — figuriamoci decidere il destino di una società.
Chi deve decidere valuti, dunque, con lucidità. Cambiare guida è una scelta; confermarla lo è altrettanto. In entrambi i casi bisogna sapere come rimettere questa squadra in condizione di giocare, reagire e fare punti. Perché il calendario, notoriamente, ha pochissima sensibilità: arriva la prossima giornata e pretende subito un’altra risposta.
Io continuerò a volare sopra il Ceravolo, con gli stessi colori e lo stesso becco. Aspetto il sereno, certo. Ma intanto mi accontenterei di una domenica in cui, per trovare qualcosa di buono, non debba aspettare il novantunesimo. E soprattutto, la prossima volta, vorremmo soffrire solo per il parcheggio.
Tosti na petra!
Prof. Aquilotti